Chiesa di Villa Cefis

Collocazione

Via Roma

 

Costruzione

Chiesa di Villa Cefis
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Chiesa di Villa Cefis

La chiesa venne costruita dal nobile veneziano Vicenzo Vicenzotti nel 1726 come è annotato nel fregio:
«DEO TRINO ET UNO MDCCXXVI» (A Dio Uno e Trino 1726).

La facciata è di notevole fattura e consistenza architettonica, è interamente in pietra bianca ed è formata da quattro lesene doriche che reggono il timpano fatto a cornicioni in rilievo: ai lati ci sono due volute. Due gradini separano l’ingresso dal piccolo sagrato in acciottolato circondato da pilastrini. Quattro piccole finestre centinate con grata in ferro battuto danno luce all’interno dove il pavimento è in verde di Verona e pietra bianca d’Istria. In fondo all’aula, rialzato di un gradino, vi era l’altare (ora asportato); mancano i pavimenti originali della sagrestia e gli arredi sacri. Entrando nella chiesetta dalla parte interna, dove c’è il giardino della villa omonima, si arriva in un piccolo disimpegno che permette l’accesso all’aula, a destra si entra invece in un piccolo stanzino dove si mettevano le donne “per ascoltar messa”. Sopra il tetto c’è un piccolo campanile chiuso sulla sommità da una trave a forma di timpano in pietra bianca. La chiesa, sconsacrata, venne usata come deposito e poi venne abbandonata cadendo in degrado: crollarono parte del tetto e anche parte del muro dello stanzino delle donne, lasciando aperta una breccia. I recenti interventi di restauro hanno restituito all’edificio la sua dignità originaria.

 

Cenni Storici

La costruzione fu cara a Vicenzo che conservò per ben dodici anni nella sua stanza “il modello di carton dell’Oratorio”. Non si sa chi sia stato il progettista di una così pregevole opera: suo doveva essere anche l’altare. Dalle ricerche di archivio dell’architetto Moreno Baccichet, che seguì il restauro, risulta che l’aula dell’oratorio traboccava di oggetti sacri, quadri devozionali, tendaggi e coltri d’altare. Non mancavano neanche “sei banchi d’intaglio con qualche rimesso” marchiati con l’arma del casato Vicenzotti e con le sigle dei fratelli Bortolo e Vicenzo. Nella sagrestia, venivano conservati in buon ordine i paramenti, gli argenti, tutto l’occorrente per le funzioni d’indulgenza, le candele, “un zenochiatorio e tavoletta per la preparation” dell’officiante. Sull’altare era posto il tabernacolo in legno dipinto di bianco, oro e rosso. Nella chiesetta si conservavano le reliquie dei tre santi protettori della famiglia: San Bartolomeo, Sant’Antonio e San Vincenzo.